Crotone, mercato delle bestie. Un cavallo e un asino aspettano potenziali acquirenti. Il cavallo è un bottino di guerra: viene da Sibari.
Si dice che a causare la sconfitta di Sibari contro Crotone sia stata la stravaganza dei suoi abitanti. Avevano insegnato ai propri cavalli a danzare.
L’esercito di Crotone, nella battaglia di Traente del 510 a.C., non portò solo i soldati: portò anche i flautisti. I cavalli di Sibari presero a danzare, sedotti dalla musica, e i corpi cominciarono a cadere. Crotone saccheggiò per sessanta giorni la città di Sibari, deviò il corso del fiume Crati.
Una intera civiltà venne sommersa.
“Sibarita” divenne un epiteto, un insulto: persona dedita al lusso, al futile, ai piaceri della vita.
Raccontiamo questa storia dal punto di vista di un cavallo; un cavallo con la Grazia attaccata addosso, come una maledizione. Un cavallo al mercato che nessuno compra, perché della grazia nessuno se ne fa nulla.
Cosa resta di animale dopo un processo di addomesticamento?
La grazia è il risultato ultimo di pratiche violente.
Essere addomesticati è essere addomesticati alla violenza.
Ma quando la violenza è l’unico modo che si conosce, è riconosciuta come una violenza?
E allora anche la guerra diventa uno spettacolo pieno di grazia.
Il cavallo è inutile per la società con questa grazia attaccata, pesante, mostruosa: una cattiva possessione.
Una maledizione, quella dell’artista. Nessuno se lo compra, nessuno lo vuole.
E fuori dallo spettacolo, come si può stare?
Come si fa a stare nella guerra?